Grande Torino, leggenda immortale

68 anni. Questo il tempo trascorso dalla tragedia di Superga, avvenuta il 4 maggio 1949. Una squadra che non poteva perdere si dovette arrendere al destino. Bacigalupo, Ballarin, Maroso, Grezar (Martelli), Rigamonti, Castigliano, Menti, Loik, Gabetto, Mazzola, Ossola: questo l’undici titolare di quella formazione leggendaria, ricordato come ogni anno durante la commemorazione avvenuta ieri nella Basilica di Superga. E’ toccato ad Andrea Belotti, capitano granata, pronunciare i nomi delle 31 vittime a bordo del Fiat G212. L’ultima partita disputata dal Grande Torino fu un’amichevole contro il Benfica, giocata per aiutare il capitano della squadra lusitana Francisco Ferreira, in difficoltà economica. Già da qualche tempo, infatti, i confini italici sembravano non bastare al Toro, coinvolto in diverse tourneè in giro per il mondo per una squadra famosa anche al di fuori dell’Italia. Ad esempio nel 1948 il Torino venne invitato in Brasile, prendendo parte a quattro partite contro Palmeiras, Corinthians, Portuguesa e San Paolo: il jet lag impedì a Mazzola e compagni di esprimersi al meglio delle proprie possibilità, ma la loro classe entrò nel cuore dei tifosi brasiliani. Tanto da convincere il Corinthians ad omaggiare gli eroi periti durante la Tragedia con una maglia granata, riproposta recentemente nella stagione 2011/2012. Solo una piccola testimonianza della grandezza di una formazione realmente leggendaria.

Record e trofei

Valentino Mazzola

Valentino Mazzola, capitano del Torino degli Invincibili

I freddi numeri potrebbero quasi offendere, ma sono l’unico parametro oggettivo per giudicare e far comprendere a tutti la forza di una squadra progettata dal genio del suo presidente Ferruccio Novo. Cinque scudetti consecutivi (1942-43; 1945-46; 1946-47; 1947-48; 1948-49), eguagliando il primato delle Juventus degli anni ’30 (destinato ad essere battuto dalla Vecchia Signora in queste settimane). Record di reti segnate nel campionato a 21 squadre (125) nella stagione 1947/1948, con un’impressionante differenza reti di +92. Un’Italia dilaniata dalla guerra poteva sognare guardando le gesta del Grande Torino. Il rimboccarsi le maniche di Valentino Mazzola era un simbolo che, in campo, dava il via al Quarto d’ora granata. Un breve lasso di tempo in cui il Toro spazzava dal campo i propri avversari, seppellendoli letteralmente di reti. Ma, fuori dallo stadio, la carica di quella squadra spingeva l’intero paese a rialzarsi dopo le divisioni del fascismo, rimboccandosi le maniche per ricostruire un paese praticamente distrutto.

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Guglielmo Gabetto, attaccante del Grande Torino

Nel tempo, in molti hanno reso omaggio al Grande Torino. Le più grandi penne del giornalismo italiano hanno dedicato un pensiero a quella squadra. Da Carlo Bergoglio (“Forse era troppo meravigliosa questa squadra perché invecchiasse; forse il destino voleva arrestarla nel culmine della sua bellezza”) a Indro Montanelli (“Gli eroi sono sempre immortali agli occhi di chi in essi crede. E così i ragazzi crederanno che il Torino non è morto: è soltanto «in trasferta»”), tutti uniti nell’omaggiare una squadra imbattibile. Alla vigilia del derby di Torino, la speranza è che alcuni vergognosi striscioni esposti in questi anni siano solo un lontano ricordo. Se non volete rispettare i morti, rispettate il gioco del calcio: questi ragazzi hanno diffuso il verbo del gioco più amato al mondo e sono morti per questa causa. Neanche la morte, in fondo, è riuscita a batterli.