Napoli in crisi? Il motivo è tecnico, la colpa è di Sarri

sarri

La questione è aperta e discussa: il Napoli è in crisi? La risposta è enigmatica ed irrisolta. Per affrontare il tema bisogna necessariamente restringere il “campo d’indagine”.
Innanzitutto bisogna definire una “crisi”: etimologicamente – proviene dal verbo greco krino – significa giudicare e valutare una situazione. Quella del Napoli è certamente negativa: due sconfitte consecutive, Roma a cinque punti di distanza, sei goal subiti nelle ultime tre partite: è crisi.
Una crisi ha – e deve avere – un’arché, una causa. Le possibili matrici sono: la scarsa qualità della rosa, la mancanza di riserve all’altezza, l’ambiente negativo, le scelte dell’allenatore, la gestione (anche verbale) del presidente. Dunque, le prime due sono nettamente da escludere: il Napoli ha una squadra eccellente, e riserve con potenzialità da titolari. Questione ambientale: i tifosi caricano la squadra eccedendo ed esagerando, ma ciò va utilizzato a proprio vantaggio dai calciatori. La responsabilità non può essere di chi supporta il Napoli, ma di chi non sfrutta tale sostegno. Le variabili rimanenti sono dunque il presidente e l’allenatore. E siamo arrivati al punto. La questione si snoda inevitabilmente nello “scontro” fra De Laurentiis e Sarri.
Partiamo da un presupposto: tifosi e giocatori sono con il mister. Ma è facile comprendere che si tratti quasi di abitudine: il presidente non sprizza simpatia, e il suo essere caustico e pungente attrae costanti smorfie; allontana fiducia e supporto da parte dell’ambiente. Ma non è una spiegazione valida per attribuirgli a priori la colpa della crisi di risultati. Ciò che può essere analizzato è il post-Madrid: “Dobbiamo giocare col centravanti, potevamo fare di più, andava gestita meglio la squadra“. 1) Un presidente DEVE avere voce e farsi sentire. Pallotta e Suning sono contestati per la poca incisività, per il silenzio che avvolge la loro gestione. C’è una soluzione o va attaccato tutto scriteriatamente? 2) Cos’ha detto di sbagliato?
Da questo secondo punto possiamo aprire la parentesi principale: la crisi è tecnica. La colpa va ricercata in Maurizio Sarri.
Allora. Sarri è un allenatore bravissimo, che in due anni ha ottenuto risultati magnifici, esprimendo il calcio più bello d’Italia. Ma ciò non vuol dire che non possa sbagliare. Se la crisi è sul campo, è naturale che buona parte della spiegazione vada trovata nella gestione del tecnico. Dov’è, dunque, la colpa di Sarri? In due aspetti. Il primo è la scelta degli attaccanti: Mertens è stata una scelta geniale – seppur dettata dall’emergenza causata dall’infortunio di Milik – che ha portato frutti straordinari. Ma che non può bastare: il belga non può sostenere ritmi e prestazioni così alte così a lungo. E soprattutto non può essere la soluzione “finale”: il Napoli (così come il 99% delle squadre mondiali) ha bisogno di un centravanti classico. Un Pavoletti o un Milik.
La seconda motivazione per cui “la colpa è di Sarri” è la gestione del turn-over: il Napoli è, insieme alla Juventus, l’unica squadra italiana ad avere per ogni ruolo due giocatori (Ghoulam-Strinic, Diawara-Jorginho, Allan-Zielinski, Milik-Pavoletti, ecc…). Nella maggior parte dei casi le riserve sono più che valide per vincere partite di medio-alta difficoltà. Da questo si trae che utilizzare gli stessi 12-13 giocatori in maniera imperterrita è logorante.

Soluzioni alla crisi? Sfruttare meglio l’ampiezza e la qualità della rosa, e diventare meno scontati: il Napoli è una macchina perfetta, ma pur sempre una “macchina”. In alcuni match fin troppo prevedibile.
Detto tutto questo, Sarri saprà certamente uscire da questa situazione.

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