Come sarebbe oggi la Nazionale jugoslava?
La sosta delle Nazionali si avvicina e Slaven Bilic è in giro per l’Europa a visionare i suoi ragazzi. Dopo il fallimento di Sinisa Mihajlovic nel Mondiale brasiliano, la federazione ha scelto di affidare la panchina al croato anche per mantenere una certa par condicio all’interno dello spogliatoio. Il tecnico serbo, infatti, era stato spesso criticato da tifosi e addetti ai lavori per qualche favoritismo di troppo nei confronti dei suoi connazionali, in primis Adem Ljajic, vero e proprio pupillo dell’allenatore. L’attaccante non ha mantenuto le aspettative e l’ultimo Mondiale lo ha dimostrato, non riuscendo ad esprimere al massimo il proprio talento a causa del suo egoismo. L’uscita agli ottavi di finale contro il modesto Costa Rica ha messo a nudo i principali difetti della Jugoslavia targata Mihajlovic; una squadra incapace di gestire una superiorità tecnica evidente e costretta ad affidarsi al talento dei singoli, quando la garra e la grinta trasmesse dal commissario tecnico serbo vengono meno. Con l’arrivo del suo successore, però, le cose sono decisamente cambiate: Euro 2016 ha infatti mostrato al mondo il vero potenziale dei tanti campioni a disposizione. La semifinale persa ai rigori contro il Portogallo (futuro campione) non ha scalfito l’immagine di un team destinato ad essere protagonista del calcio mondiale anche a Russia 2018. Non si vedeva una selezione così forte dai tempi di… Euro 1992. Il successo nell’Europeo in Svezia era quasi annunciato. Susic, Savicevic, Boban, Prosinecki, Pancev, Stojkovic: le difese avversarie potevano solo sperare che questi fuoriclasse non fossero in giornata, altrimenti non avrebbero avuto molte armi per contrastare una tale batteria di fantasisti dal talento straordinario. In quel mese, la tipica arroganza e indolenza del calcio jugoslavo lasciò spazio alla disciplina e al rigore del commissario tecnico Ivica Osim, capace di trovare un equilibrio tattico in grado di conquistare l’Europa del calcio. Nessuno prima e dopo di lui è mai riuscito nell’impresa. Dopo il 1992 la Nazionale ha ottenuto buoni risultati, fermandosi però sempre ad un passo dal traguardo. Per questo lui, nominato capo della Federazione calcistica nel 2013, ha scelto Bilic come allenatore per il futuro, ed i risultati gli hanno finora dato ragione. Certo, la qualità della rosa lo ha aiutato molto.
In porta, Samir Handanovic è una sicurezza: il numero uno dell’Inter ha fatto tremare anche Cristiano Ronaldo dal dischetto, parando uno dei cinque rigori calciati dalla formazione portoghese ad Euro 2016. Impresa però resa vana dagli errori di Dzeko e Kolarov dagli undici metri che hanno consegnato la finale ai lusitani. La difesa è un po’ il tasto dolente della formazione di Bilic. Il capitano Darijo Srna non è in discussione, con il suo moto continuo sulla fascia destra, mentre al centro la coppia formata da Maksimovic e Savic mostra qualche incertezza legata ad un’intesa ancora da affinare. Per le emergenze è sempre pronto a subentrare Branislav Ivanovic. Aleksandr Kolarov è il padrone della fascia sinistra. A centrocampo Bilic ha solo l’imbarazzo della scelta. La squadra è basata sul 4-3-3, ma spesso il tecnico è costretto ad affidarsi al rombo a centrocampo per non lasciare fuori nessuno dei suoi fuoriclasse. Modric, Matic, Pjanic e Rakitic rappresentano forse il centrocampo più completo al mondo. Fantasia, fisicità, tecnica sopraffina: una mediana in grado di accelerare o rallentare a piacimento il ritmo delle partite, gestendo alla perfezione il possesso palla. Senza dimenticare poi il ruolo del trequartista bosniaco della Juventus, che insegue il record di Sinisa Mihajlovic per le reti realizzate da calcio di punizione in Nazionale (7 per Pjanic, 15 per il tecnico del Torino). L’esplosione di Milinkovic-Savic ha poi fornito al tecnico croato una perfetta alternativa ai titolari, mentre Kovacic occupa il ruolo di alter ego di Modric proprio come nel Real Madrid, in attesa della definitiva consacrazione. Trovano poco spazio Brozovic e Badelj, costretti ad un ruolo di comprimari. L’attacco parla ormai italiano: Pjaca, Mandzukic, Perisic, Dzeko, Nestorovski e il figliol prodigo Ljajic (reintegrato dopo l’esclusione “punitiva” dagli Europei francesi) compongono un reparto avanzato di quantità e qualità, in cui l’unico dubbio per Bilic è se puntare sull’attacco pesante composto da Dzeko e Mandzukic (resi complementari dalle doti di sacrificio del secondo) oppure se affidarsi ad un tridente, con Perisic assoluto protagonista. Giusto a testimoniare l’abbondanza, rimangono fuori dall’elenco dei convocati giocatori del calibro di Jovetic, Mitrovic, Tadic e Kalinic, anche se quest’ultimo sembra avere il dente avvelenato contro il ct croato, reo a suo dire di convocare l’attaccante del Palermo Nestorovski solo per accontentare la rappresentanza della Macedonia in Federazione. Il girone di qualificazione, composto da Galles, Austria, Georgia, Moldavia e Irlanda sembra essere una formalità grazie ai dodici punti conquistati nelle prime quattro partite. La Jugoslavia punta con decisione al Mondiale di Russia 2018. Una manifestazione in cui dovrà temere se stessa più che gli avversari: se riuscissero a trovare la stessa compattezza del 1992 ci troveremmo di fronte ad un’autentica favorita per la vittoria finale. Questa frase, però, accompagna ogni presentazione delle varie formazioni jugoslave alle grandi manifestazioni. Alla fine c’è sempre qualcosa che va storto.
Una guerra ad esempio. L’esplosione di un nazionalismo esasperato che ci ha privato della possibilità di vedere all’opera una simile squadra. Della storia vera abbiamo parlato in altre occasioni. Oggi, lasciateci sognare una Jugoslavia Campione del mondo, ancora unita.