La SuperLega, l’idea che non tramonta mai: ma serve davvero?
Uno spettro si aggira per l’Europa da diversi anni a questa parte. Molti ne auspicano la nascita, ma pochi si impegnano davvero perché ciò avvenga. Ora la questione sull’opportunità di una SuperLega europea torna d’attualità, e comincia a ottenere i consensi che non ti aspetti. Finora sono stati solo i top club italiani ed esteri ad essersi espressi positivamente in suo favore, ritenendo di trarre un giusto beneficio dalla creazione di un torneo ad hoc per loro. Adesso anche gli altri, i rappresentanti cioé dei club medi e piccoli, cominciano a riconoscerne i lati positivi. L’ultimo di questi, l’allenatore dell’Atalanta Gian Piero Gasperini per il quale la SuperLega darebbe senso a campionati nazionali ormai quasi ovunque caratterizzati da enormi disparità economiche. Insomma: se i grandi se ne andassero a giocare da un’altra parte, i piccoli fra loro si divertirebbero di più.
Un ragionamento per certi versi triste ma pragmatico. Al netto di miracoli sportivi come quello del Leicester nella scorsa stagione in Premier League, i principali campionati continentali sono diventati quasi delle formalità, film di cui si conosce anzitempo la fine. Il potere economico conferisce a certi club la possibilità di saccheggiare ogni anno gli altri dei loro migliori talenti, senza che quelli possano minimamente difendersi. Una differenza che si riflette anche a livelli diversi da quello tecnico: tornei “noiosi” perdono interesse dal pubblico, audience e quindi anche sponsorizzazioni e introiti. Al momento Liga e Premier resistono grazie all’accesissimo interesse del pubblico asiatico, ma Serie A, Ligue 1 e Bundesliga cominciano già a perdere colpi.
Dobbiamo accettare quindi la realtà. Il calcio odierno è cambiato, ha assunto una dimensione che prima non aveva. L’epoca aurea del romanticismo pallonaro (quando ad esempio un Verona poteva vincere lo scudetto) è finita, ce la siamo goduta ma non ritornerà mai più. Il calcio oggi è diventato crudele e classista. Ma possiamo ancora salvare il salvabile ossia lo sport. Liberare i campionati dai club ultramilionari permetterebbe tornei più equilibrati, più divertenti, più veri. Tornei in cui varrebbero fattori che oggi il denaro soffoca. Non sarebbe un sacrificio indolore: chi non vorrebbe vedere i migliori giocatori del mondo calcare i terreni di gioco dei comuni mortali? Ma talvolta un sacrificio, un passo indietro, può essere l’unico modo per andare avanti.