Coppa Italia, il format che non piace. Meglio cambiare?

È ormai uno dei ritornelli che ricorrono anno dopo anno, e ai quali il calcio italiano non sembra riuscire da dar fine. La Coppa Italia, più che un trofeo stagionale, rimane un apostrofo rosa tra una giornata e l’altra di campionato. Un impegno snobbato dai club, che (salvo qualche eccezione) la utilizzano come allenamento infrasettimanale od occasione per un turn-over. E di conseguenza anche dai tifosi, che disertano gli stadi. Un atteggiamento che cambia solo quando si arriva alle battute finali del torneo ovvero tra semifinali e finale: quando cioé la Coppa può trasformarsi in trofeo di consolazione per squadre alla ricerca di riscatto da una delusione stagionale.

E ogni anno la solita solfa: come rendere la Coppa Italia una competizione finalmente “sentita” dalla collettività come avviene con le coppe nazionali negli altri paesi? Domanda forse retorica, perché non è possibile costruire da zero un’affezione che dovrebbe semmai nascere naturalmente. Gli inglesi non hanno bisogno di incentivi per amare la FA Cup quanto la Premier League, e lo stesso dicasi per gli spagnoli e la loro Coppa del re. Invece in Italia si sono formulate le idee più varie: dall’assegnare un posto in Champions League alla squadra vincitrice (al momento gliene spetta “solo” uno in Europa League) alla partecipazione dei top club già dalle primissime fasi, con la possibilità di giocarsela contro i dilettanti. Possibilità certamente interessanti e che metterebbero pepe nella competizione, ma che rimangono nel cassetto delle buone intenzioni. Al momento la riforma più ardita in merito resta quella andata in vigore dal 2011-12: squadre maggiori entranti in gioco solo dagli ottavi, partite uniche fino alle semifinali e finale con sede fissa all’Olimpico di Roma. Al di là di quest’ultimo elemento (che favorirebbe nell’ultimo impegno le due squadre romane) il format desta dubbi anche per un presunto favoritismo nei confronti delle squadre maggiori. Le otto teste di serie giocano infatti gli ottavi di finale sempre in casa, sicché il raggiungimento dei quarti per le piccole diventa quasi sempre un’impresa. Ci si chiede come mai non assegnare la sede di quel turno per mezzo del sorteggio, come avviene per gli stessi quarti di finale. Né perché non giocare anche le semifinali con una partita secca, anziché con un doppio turno assente in tutte le altre fasi del torneo.

Probabilmente basterebbe poco per accendere finalmente l’interesse intorno alla Coppa Italia. Invece di cercare nuove formule magiche per cavare il sangue da una rapa, basterebbe sceglierne una molto più semplice: l’equità. Big e piccole trattate allo stesso modo e formula omogenea dall’inizio alla fine dei giochi. Finale con sede itinerante, in campo neutro. Che il progresso arrivi solo col regresso? Paradossi della logica, ma che nel calcio possono contare qualcosa.