Serie A, stop alle cenerentole: urge riduzione a 16 squadre?

Nel 2015 Claudio Lotito finì nell’occhio del ciclone per delle intercettazioni telefoniche in cui stigmatizzava le possibili promozioni (poi verificatesi) di Carpi e Frosinone dalla Serie B alla Serie A. “Abbasserebbero il livello del campionato, con danni d’immagine ed economici per tutti“, questa l’argomentazione sostanziale. Allora tutti o quasi si scagliarono contro il presidente della Lazio, accusandolo di antisportività. Diciamo pure: giustamente, perché chi ama lo sport è obbligato ad accettare il verdetto sul campo e, se il Borgorosso Football Club salisse nella massima serie, dovremmo solo fargli i complimenti. Inoltre la storia del calcio italiano è piena di piccoli miracoli sportivi, di cenerentole giunte inaspettatamente al gran ballo. E queste storie di provinciali all’avventura sono state spesso il vero sale della passione italiana per il calcio.

D’altra parte non possiamo nascondere la testa sotto la sabbia, e negare al Lotito-pensiero almeno un grano di verità. Lo verifichiamo da alcune stagioni a questa parte, ma in questa ancor di più: delle squadre neopromosse ogni anno, almeno 2 su 3 si godono il giro di giostra solo per un mesto ritorno nel purgatorio della B. Spesso senza neppure potersela giocare. L’anno scorso proprio i suddetti Carpi e Frosinone, nel 2016-17 Crotone e Pescara: entrambe ultime a 9 punti, lontane dalla zona-salvezza (l’Empoli quart’ultimo è a 18) ma soprattutto in evidente difficoltà nell’impatto con la categoria. Con il Palermo in crisi nera (a 10 punti), sembra che la Serie A sia già ai titoli di coda per quanto riguarda la lotta per non retrocedere. Le conseguenze saranno inevitabili e non piacevoli: tante, troppe partite senza alcuna posta in palio, e tante squadre demotivate che potrebbero condizionare la corsa delle big per gli obiettivi più ambiziosi. In generale, un campionato insignificante che allontanerebbe pubblico e sponsor.

Non è quindi solo per ragioni di ordine economico che ascoltiamo con interesse le frequenti proposte di riduzione delle squadre partecipanti. La più recente viene da Carlo Tavecchio, che sul finire del 2016 dichiarava di “valutare con attenzione” un ritorno alle 18 squadre come nel 2003-04. Anche se lo stesso presidente FIGC ammette come al momento ciò sarebbe una “utopia“. Motivo? Più d’uno, a partire dalla resistenza di tanti club di A che temono di essere risucchiati nel vortice di un’annata di retrocessioni straordinarie, per finire a importanti club di B che temono di vedere la massima serie come la stessa utopia di cui parla Tavecchio.

In queste condizioni si fa più ardua anche la possibilità della riforma che vorremmo noi: una maxi-riduzione della Serie A a 16 squadre. Una cura dimagrante estrema, ma che troviamo giustificabile sulla base di quello che il calcio italiano offre da molti anni a questa parte. I risultati nelle manifestazioni europee (Juventus a parte) parlano infatti di un calcio nazionale poco competitivo, con eliminazioni precoci e spesso clamorose. Non abbiamo più la ricchezza tecnica degli anni Novanta, quando anche una formazione lottante per la salvezza avrebbe messo in difficoltà un top club inglese. Ci chiediamo quindi se un bagno di umiltà, con un campionato più breve e competitivo, non possa essere la soluzione necessaria a una crisi che non sembra ancora finire. Cinesi meneghini permettendo.