Mondiale a 48 squadre: progresso o sacrilegio?

La notizia era nell’aria da tempo ma ora arriva la conferma ufficiale: lo scorso 10 gennaio la FIFA ha infatti ratificato la riforma dei Mondiali di calcio, che dal 2026 vedranno la partecipazione di 48 squadre. È uno dei grandi cambiamenti voluti dal presidente Gianni Infantino, insieme all’introduzione della video assistenza arbitrale (VAR). Ma anche una decisione che fa discutere e divide l’opinione degli appassionati, con ragioni tutto sommato valide da entrambe le parti.

Da un lato i cosiddetti “puristi” del Mondiale, magari nostalgici della Coppa Rimet, non gradiranno l’ingresso di novelle cenerentole nel salotto che conta ossia nella massima competizione pallonara. Si rischierebbe l’abbassamento del livello delle gare, con la riproposizione di alcune situazioni spiacevoli come già successo a Euro 2016 (altra competizione allargata): gironi di qualificazione chiusi dopo due sole giornate, con le big a passeggiare sulla malcapitata di turno. Dubbi persistono anche sul format del torneo, con Infantino che paventa addirittura gironi da sole tre squadre ciascuno, con le prime due a passare alle eliminatorie dirette. Lo stesso presidente assicura che “le squadre continueranno ad arrivare in finale con sette partite” mentre ad aumentare sarebbero le gare previste in totale: addirittura 80 anziché 64, in pratica una scorpacciata che potrebbe indurre all’indigestione. I contestatori della riforma additano a causa di questo intervento la sudditanza a logiche economiche (si stima un miliardo di indotto fra diritti tv, biglietti e pubblicità) e quindi la rinuncia finale al romanticismo che una volta aleggiava sulla Coppa del Mondo.

Paradossalmente la stessa logica economica è annoverata fra le tesi a favore dell’iniziativa di Infantino: più soldi per la competizione significherebbe un beneficio generale, dato che la FIFA incassa e distribuisce gran parte dei ricavi. L’apertura anche alle piccole Nazionali s’inquadrerebbe inoltre in una più vasta logica politica, mirata ad accelerare la globalizzazione del fenomeno-calcio. Anche qui, con ipotetici benefici sul lungo periodo per il movimento mondiale. Quanto all’aspetto meramente tecnico, le leggi della statistica proporrebbero una formula semplice: più competitors, più incertezza sull’esito finale della competizione. Più possibilità, quindi, di una grande sorpresa come accaduto con la Danimarca agli Europei del 1992 o la Grecia in quelli del 2004. E voi, che ne pensate? Da che parte state?