#EsclusivaRG24 – Gigi Riva: “Gli jugoslavi sono gli argentini d’Europa, hanno estro e cattiveria”

Il libro “L’ultimo rigore di Faruk”, edito da Sellerio, ha avuto un grande successo sia in Italia sia all’estero. In Francia, ad esempio, il 22 novembre 2016 ha vinto il “Prix Etranger Sport et Littérature” assegnato a Parigi dall’ “Association des Ecrivains Sportifs” al miglior volume scritto in lingua straniera e pubblicato in Francia nel 2016. Sempre nello stesso anno è stato inserito nella cinquina di finalisti del “Prix Jules Rimet”. In seguito all’articolo sulla vita dell’allenatore bosniaco Ivica Osim, abbiamo avuto l’onore e il piacere di fare una lunga chiacchierata con l’autore del libro Gigi Riva che, con grande pazienza e cordialità, si è concesso in quest’intervista.

Che personaggio è stato Ivica Osim durante la sua avventura da Commissario tecnico della Nazionale?

“L’ho conosciuto e ho parlato a lungo con lui. Osim è il personaggio di un calcio che non esiste più. Anche partendo dal punto di vista estetico, iconografico: andava in panchina soltanto in tuta, non curava l’estetica, essendo tuttavia un mito nei Balcani. Lui è l’uomo che durante la sua carriera da calciatore era considerato un pilastro di quella Nazionale del 1968 che, durante gli Europei in Italia, arrivò seconda. Poi è diventato un mito della panchina, avendo ben chiaro in testa che il calcio doveva essere preservato da tutte le invasioni di campo che è stato costretto a subire. Lui è un croato di Sarajevo, la città che rappresentava una piccola Jugoslavia: la Bosnia era all’epoca un esperimento riuscito di convivenza tra tutti i popoli. E Osim incarnava proprio questo. Nel momento in cui prende in mano la squadra Nazionale, cominciano i nazionalisti e arriva Italia ’90 con quella squadra dove tutti cercavano di imporre questo o quel calciatore, lui è stato il baluardo contro questa invasione di campo. Ha sempre creduto che il calcio dovesse tenersi al riparo da tutto questo e rappresentare ciò che era: ha difeso l’idea che quella fosse una squadra basata sulla meritocrazia e non sull’appartenenza etnica dei suoi componenti. Il calcio è una delle poche attività dove la meritocrazia regna sovrana: se non sei capace nessun allenatore ti mette in campo rischiando di perdere la partita”.

Magari qualche prova contraria l’abbiamo avuta…

“Eh sì, il figlio di Gheddafi che gioca qualche partita in Serie A… In linea di massima va in campo chi lo merita. Lui ha difeso fino all’ultimo questa idea rimanendo un puro nello sport. Difesa fino a quando ha capito che tutto è diventato insostenibile. Lui si trova alla fine della sua carriera di allenatore della Jugoslavia essendo contemporaneamente allenatore della Nazionale e della squadra dell’esercito, il Partizan di Belgrado, quell’esercito che aveva iniziato a bombardare la sua città. Svolse il suo ruolo fino alla fine vincendo la Coppa Maresciallo Tito (l’equivalente della nostra Coppa Italia) e prima di partire per gli europei del 1992 fa una conferenza stampa drammatica (per la prima volta lo vedo in giacca e cravatta) per dire che non può più allenare una Nazionale che sta bombardando la sua città. Un uomo che è rimasto integro fino alla fine e racchiudeva in sé quello che si può definire lo Jugoslavismo di chi ha creduto fino in fondo che quell’esperimento di tenere insieme tutti gli Slavi del Sud sotto la stessa bandiera avesse un senso”.

Per chi, come me per motivi anagrafici, non ha avuto l’occasione di vederla all’ opera, che tipo si squadra era quella Jugoslavia? L’abbondanza di fantasisti era un problema per l’equilibrio in campo?

“Osim riusciva a ottenere l’equilibrio in campo grazie anche alla formazione personale: lui da giocatore era un centrocampista di sostanza, quindi sapeva benissimo cosa significava salvaguardare l’equilibrio. Quella è stata la squadra jugoslava più forte di tutti i tempi: un mix riuscitissimo di esperienza e gioventù. Aveva Susic, un giocatore straordinario: non venne in Italia perché aveva firmato contemporaneamente due contratti con il Torino e con l’Inter, con l’effetto di annullarli entrambi. Finì poi al Paris Saint Germain, che non sarà stato quello odierno, ma dove è stato riconosciuto nel 2010 come il miglior giocatore della storia del PSG secondo un sondaggio fatto da France Football (oltre ad essere il miglior straniero che abbia mai militato nel campionato francese). Qualcosa vorrà pur dire. Vujovic era un grandissimo attaccante. Faruk Hadzibegic, il protagonista del libro, che aveva avuto una carriera forse minore ma per quella squadra era, come Osim in panchina, quello che credeva più di tutti nello jugoslavismo e nell’attaccamento alla Nazionale. Poi c’era una generazione di mezzo già però considerata fortissima. Stojkovic era considerato il Maradona dell’Est, Savicevic aveva un anno meno di Stojkovic ma era un campione che reclamava già il suo spazio. E poi c’era la nidiata di quei ragazzi che nel 1987 avevano vinto il campionato del mondo Under-20: Prosinecki, Boban. Una squadra dotata di un talento enorme, un mix di gioventù e di esperienza che era data come possibile sorpresa del Mondiale e, soprattutto, come una seria candidata alla vittoria degli Europei del 1992 in Svezia. Katanec era un pilastro della Sampdoria, mentre Bazdarevic, assente al Mondiale, era considerato uno dei centrocampisti più forti d’Europa. L’apice del calcio jugoslavo viene raggiunto nel 1991 quando la Stella Rossa vince la Coppa dei Campioni, dove giocavano molti di quei giocatori che costituivano l’ossatura di quella Nazionale. Nella Stella Rossa militavano talenti del calibro di Mihajlovic che sarebbe certamente andato all’Europeo, Prosinecki. Stojkovic fu acquistato dal Marsiglia strappandolo al Milan di Berlusconi che lo voleva a tutti i costi. Era una squadra dal talento straordinario: nei Mondiali del 1990 non riuscirono a esprimere tutto il loro potenziale anche perché la squadra sentiva molto il peso politico. In molti erano convinti che quella squadra, vista la situazione interna, non dovesse esistere e questa sensazione si respirava tutti i giorni. I rappresentanti politici delle varie etnie “sponsorizzavano” i propri giocatori. Questa squadra, pur non avendo vinto niente, è rimasto nell’immaginario di tanti: in molti mi hanno contattato per dirmi che erano fanatici di quella squadra. L’abilità di quei giocatori e il fatto che tutti siano andati a giocare nei campionati europei più prestigiosi ha fatto sì che nascesse una sorta di passione per quella squadra. C’era Pancev…

Io magari lo ricordo più per i video della Gialappa’s Band…

(Ride) Sì, in Italia non fece bene, però era il calciatore che aveva vinto la Scarpa d’oro europea. Mijatovic, che segnerà poi una rete decisiva in finale di Champions (Real Madrid-Juventus del 1999). Era una grande squadra”. 

Al di là della retorica, secondo te la vittoria del 1990 avrebbe potuto davvero cambiare il corso della storia? Oppure il calcio si inserisce nella storia fino a un certo punto e lo sgretolamento della Jugoslavia era ormai irreversibile?

“No, non avrebbe potuto fermare la guerra. La cosa interessante non è tanto se il rigore di Faruk avrebbe davvero potuto cambiare la storia: nei Balcani tutto questo è diventato leggendario. Molte persone pensano che se la Jugoslavia avesse vinto il Mondiale non sarebbe scoppiata la guerra. Cosa assolutamente non vera perché le ragioni della guerra erano ovviamente altre. Il fatto che la gente pensi che il calcio avrebbe potuto cambiare la storia fa di Faruk e di quella squadra dei personaggi in qualche modo leggendario. Faruk diventa dunque il capro espiatorio, che è un archetipo letterario derivato dal mondo greco, e fa capire l’importanza che viene attribuita al calcio che subì un’invasione di campo della politica. Le connessioni tra calcio e politica nei Balcani erano clamorose: Boban venne usato da Tudjman come testimone della sua campagna elettorale, Mihajlovic, diventa una bandiera del serbismo al servizio di Milosevic, le curve degli stadi diventano il luogo del reclutamento (basti pensare alle Tigri di Arkan). Il motivo è semplice: il calcio, rispetto alla pallacanestro dove al contrario la Jugoslavia ha vinto, era usato dalla politica essendo lo sport più popolare, attraverso cui venivano veicolati facilmente i messaggi nazionalistici. Le squadre di calcio jugoslave erano tutte rappresentazioni di un potere: il Partizan Belgrado è la squadra dell’esercito, la Stella Rossa era la squadra della Polizia, la Dinamo Zagabria era la rappresentazione massima della “croaticità”, l’Hajduk Spalato era la squadra per cui tifava il Maresciallo Tito (e non è un caso che dopo la sua morte non abbia più vinto un campionato). Le connessioni con il potere erano fin troppo evidenti. Come successo in altri campi, ad esempio le medaglie d’oro della Germania Est usate per dimostrare che l’uomo comunista eccelleva nello sport, i Mondiali conquistati dall’Italia nel ventennio fascista… Lo sport è innocente in sé, ma non è innocente chi ne usa i successi. In Jugoslavia questo ha toccato l’apice massimo in quanto quest’atteggiamento ha poi portato ad una guerra”.

Tra l’altro Faruk Hadzibegic ha dovuto convivere con il fardello di quel rigore, sentendosi addossate le migliaia di morti della guerra civile: 150 mila morti…

“Esattamente come a Gavilo Princip sono stati attribuiti i morti della Prima Guerra Mondiale, a lui vengono addossati tutti quei morti. Faruk razionalmente, anche se in un secondo momento, si è poi reso conto che era una follia, ma viene ormai ricordato solo per quell’episodio. Lui è il quarto giocatore per presenze della storia della Nazionale Jugoslava, ha vinto uno scudetto con il Sarajevo che non è esattamente abituato a vincere, eppure sarà ricordato per quel rigore”.

Il 13 novembre ricorreva il venticinquesimo anniversario dell’ultima partita giocata dalla Nazionale jugoslava e La Gazzetta dello Sport ipotizzava una possibile formazione jugoslava al giorno d’oggi. Cosa ne pensi?

“Un esercizio che periodicamente si fa proprio perché i calciatori jugoslavi sono poi arrivati in Occidente e abbiamo conosciuto meglio un calcio che conoscevamo poco. E’ nata una curiosità maggiore attorno ai calciatori jugoslavi, spesso chiamati “Brasiliani d’Europa”: secondo me è più calzante il paragone con gli argentini perché hanno sia estro sia cattiveria.

Se posso essere sincero, quando vedo uno slavo in campo sembra sempre che possa dare un po’ di più, che non si impegni al massimo delle sue possibilità…

E’ sempre un po’ indolente… E’ stato il caso di Savicevic, di Boban e di molti altri. Pensa adesso Jovetic: con il suo talento potrebbe dare molto di più.

Penso ad esempio alla partita di Pjanic contro il Genoa in cui ha tirato fuori dal cilindro una punizione perfetta in mezzo a 90 minuti in cui ha sbagliato anche dei passaggi elementari.

E’ un po’ la loro maledizione. Un tempo non c’era neanche l’abitudine al professionismo: tu arrivavi a giocare con la Stella Rossa e avevi raggiunto l’obiettivo. C’è questa sorta di “gallismo” balcanico che fa sì che nel momento in cui raggiungi l’apice di una carriera in patria diventi un eroe al punto che la vita da professionista, intesa come etica del lavoro, tendi a lasciarla indietro. Iniziare una bella vita come risarcimento di tutte le difficoltà che hai attraversato per arrivarci: non è un mistero che molti abbiano ecceduto nei comportamenti, anche se adesso ovviamente si sono adeguati anche loro. Non c’era la cura dei dettagli, soprattutto dal punto di vista medico. Mi raccontava Katanec che quando s’infortunavano il recupero era sempre un problema perché non avevano medici all’altezza che potessero capire le nuove tecniche di intervento sui muscoli. Una serie di concause hanno fatto si che i calciatori balcanici sembrassero sempre sul punto di fare cose straordinarie fermandosi però un passo prima. Tornando all’origine della domanda questo giochino nostalgico che a molti piace fare viene proposto anche nella pallacanestro: già allora si diceva che la Nazionale Jugoslava campione del mondo nel 1990 avrebbe potuto sicuramente essere al livello di una squadra NBA di buon livello, in grado di accedere quantomeno ai play off: Kukoc, Petrovic, Divac, Danilovic e Djordjevic, Paspalj. Era una squadra fortissima senza paragoni in Europa, tant’è vero che ha stravinto tutto. Il rigore che manca ai calciatori è stato invece trasmesso a giocatori di Basket”.

Un commento sull’editoria sportiva che, secondo me, ha meno spazio di quanto il pubblico richiederebbe: in una libreria la sezione sportiva,quando presente, annovera sempre i soliti titoli. Tu che principalmente non ti occupi di sport hai notato questa divergenza rispetto alla narrativa classica?

“Io in realtà dissento. Il mio è un libro ibrido, parla di calcio ma anche della politica, della situazione balcanica in generale. C’è un discorso in generale da fare dell’editoria sportiva. Molti editori, dopo l’uscita del mio libro, mi hanno contattato pensando che io fossi uno che si occupa di sport a tempo pieno mentre io di mestiere mi occupo d’altro. Ho scoperto che sia in Inghilterra, in Francia, in Italia lo spazio per la letteratura sportiva è in espansione: si pubblicano molti più libri. La letteratura sportiva ha successo soprattutto negli Stati Uniti, dove le storie di sport hanno da sempre appassionato il pubblico. In passato in Italia chi scriveva di sport era considerato quasi come uno scrittore di serie B. Io credo che ci sia un’evoluzione anche in questo. Pensa a Pasolini e a quanto il suo amore sullo sport e i suoi scritti sullo sport stesso siano serviti a sdoganare la concezione stessa dell’attività sportiva. Mi raccontavano, delle persone che hanno conosciuto Pasolini, di questa sua “bizzarria” di andare a giocare a calcio in periferia: la sua passione veniva appunto vista come una cosa bizzarra per un intellettuale del suo calibro. Pasolini ha inciso molto nella considerazione generale dello sport per quello che è. Anche se vai a vedere agli albori della nostra cultura sia la letteratura greca sia quella romana ha sempre avuto un grande rispetto degli atleti, glorificandoli attraverso varie opere. Nel ‘900 c’è stato un lungo percorso per sdoganare la concezione di sport: ho citato Pasolini ma avrei potuto citarti Buzzati come autore di straordinari libri sullo sport, anche Umberto Saba si è occupato di sport. Tutto ciò ha contribuito molto ad abbattere quella barriera che esisteva tra gli scrittori di sport e gli scrittori tout court. Resistono ancora alcune opinioni secondo cui la letteratura sportiva sia una letteratura minore, però sempre meno. Innanzitutto perché essa è cresciuta molto in Italia dal punto di vista della qualità. Noi abbiamo un esempio che mi sembra paradigmatico. Una casa editrice sta acquistando sempre più spazio nelle librerie pubblicando quasi esclusivamente libri a tema sportivo, la 66thand2nd, una casa editrice romana che ha fatto della letteratura sportiva la sua ragione d’essere ed è considerata non una casa minore. E’ un momento dove la narrazione sportiva sta facendo un salto, in Europa sicuramente: ad esempio l’opera di Vladimir Dimitrijevic con il suo “La vita è un pallone rotondo” ha contribuito a costruire persino una filosofia del calcio, cosa niente affatto scontata”.

Rimane il fatto che c’è molta domanda ma l’offerta talvolta non è all’altezza. Ritengo ad esempio che il tuo libro sia uno dei migliori proprio perché racconta una storia di sport non parlando solo di sport, se mi perdoni il gioco di parole, occupandosi anche di inquadrarla nel contesto storico balcanico.

“Prendere il calcio come espediente per raccontare la disgregazione di un paese e quindi coniugare il calcio con qualcosa è stato importante. Il libro è andato molto bene sia in Francia che in Italia proprio grazie a questo tratto distintivo. Adesso mi chiedono tutti di scrivere libri sullo sport, ma per me come già detto è stato un caso volendo raccontare la storia di Faruk. Entrando in questo mondo l’ho scoperto in grande evoluzione e con un’offerta che va ampliandosi ed affinandosi: secondo me è il settore dell’editoria che può avere maggiore espansione. In occasione degli Europei in Francia sono usciti 166 libri a tema sportivo solo in quel periodo.

Allora forse in Italia servirebbe un Mondiale per farne uscire 200…

(Ride) Non saprei, però l’attenzione con cui è stato accolto “L’ultimo rigore di Faruk” mi fa ben sperare, c’è un interesse che sta crescendo”.