#InPanchina – Ivica Osim, l’ultimo allenatore jugoslavo
“Sei repubbliche, cinque Nazioni, quattro lingue, tre religioni, due alfabeti, un Tito”: questa la “filastrocca” usata per identificare la Jugoslavia capeggiata dal Maresciallo Tito. Quella strana unione di etnie diverse, riunite sotto un’unica bandiera fino al 1991, anno in cui le loro differenze portarono allo scoppio della guerra dei Balcani. La filastrocca, senza Tito (scomparso oltre 10 anni prima) non aveva più senso di esistere.
Il 30 giugno 1990 Faruk Hadzibegic si avvicina sul dischetto del rigore. Davanti a lui Sergio Goycochea, sulle sue spalle milioni di tifosi serbi, croati, sloveni, bosniaci, montenegrini. La Jugoslavia esiste solo su quel campo da gioco, a Firenze: il mondiale di Italia ’90 sarà infatti l’ultima grande manifestazione a cui la Jugoslavia unita parteciperà. Alla guida di quella squadra Ivica Osim, allenatore bosniaco detto “Il professore” per via della sua laurea in matematica: quando l’esperto difensore centrale calcia il suo penalty, lui non c’è. E’ già rientrato negli spogliatoi al fischio finale dell’arbitro: l’elemento casuale del calcio lo infastidisce, nella sua visione scientifica del gioco. E cosa c’è di più casuale della lotteria dei rigori?
Un mese complicato, quello vissuto da Ivica Osim. Le due parole chiave su cui si è retto il socialismo jugoslavo, “bratstvo i jedinstvo” (“fratellanza e unità”) iniziano a non avere senso, visti i forti venti di guerra provenienti dai Balcani. Una guerra di cui il calcio è protagonista attivo. In molti rintracciano nelle curve delle squadre jugoslave i segnali che il conflitto sta per deflagrare: basti pensare alle famigerate “Tigri di Arkan” (al secolo Zeljko Raznatovic) e agli scontri del Marakana di Belgrado del 13 maggio 1990. Proprio quegli scontri privarono Osim di uno dei suoi fuoriclasse: Zvonimir Boban venne infatti squalificato per quattro mesi a seguito della lite con un poliziotto sul terreno di gioco. Eppure, il talento non manca a quella squadra, potendo contare su giocatori come Susic (definito nel 2010 da France Football “miglior giocatore della storia del Paris Saint Germain”), “Pixie” Stojkovic, “Il genio” Savicevic, Robert Prosinecki. Molti i fuoriclasse a disposizione del Professore, che completa la rosa con comprimari di sicuro affidamento a lui fedelissimi, come Hadzibegic, Vujovic e Ivkovic. Per dirla con le parole di Osim: “Possiamo giocare alla pari con tutti. Il problema è una disciplina di gioco che manca nella squadra. L’Italia non trova un posto per Baggio, io di ‘Baggio’ ne ho addirittura sei“. Ma il problema non è solo tattico: tra le varie etnie presenti in squadra serpeggia una malcelata antipatia verso i compagni appartenenti alle altre “fazioni”, alimentata dai sospetti della stampa jugoslava per possibili sabotaggi ad opera dei giocatori. Ipotesi rigettata in toto dai diretti interessati, ma le divisioni all’interno della squadra permangono. Il compito dell’allenatore bosniaco è quello di mediare tra le diverse anime presenti, oltre a dover fare da scudo contro le critiche proveniente dal Paese e le pressioni della Federazione. Il 10 giugno del 1990 si arriva finalmente alla prova del campo. L’avversario è ostico: la Germania Ovest, futura vincitrice del Mondiale. Il 4 a 1 rifilato dai tedeschi non lascia spazio ad alcuna replica: il dominio tedesco è tale da giustificare il commento del centrocampista Srecko Katanec: “Potevano farcene otto“. Da possibile sorpresa a possibile delusione del Mondiale il passo è breve.
Osim incassa la sconfitta e si assume le proprie responsabilità. Troppi solisti in campo contro una corazzata come la Germania e da più parti piovono suggerimenti sugli aggiustamenti tattici in vista della partita contro la Colombia. Il professore “guarda e passa”, ma la squadra che scende in campo contro la formazione sudamericana è senza dubbio più equilibrata, sacrificando Savicevic per schierare Stojkovic e Susic. Il punteggio finale di uno a zero ne premierà la scelta. Piccolo segnale premonitore: il capitano Hadzibegic sbaglia un rigore, ma il punteggio resta fermo ed i tre punti permettono alla Jugoslavia di pensare con serenità al match contro gli Emirati Arabi Uniti. La stampa continua però nell’opera di diffamazione del commissario tecnico, attribuendogli stavolta una sfrenata passione per l’alcool, con addirittura undici bottiglie di whsky bevute durante una festa. Un affronto insuperabile per un metodico uomo di sport come il Professore, che chiude ogni ponte comunicativo con i media jugoslavi. Non che prima fosse un fiume di parole. La partita contro la compagine asiatica è una pura formalità e il 4 a 1 finale lancia la sua squadra verso gli ottavi di finale contro la Spagna.
“Sono un umile funzionario di Stato, mi possono cacciare quando vogliono e approfittare dell’occasione di questa storiella per cui sarei un ubriacone. Sono qui in conferenza stampa solo per imposizione della Fifa, non ne ho nessuna voglia“: così l‘Orso (altro soprannome del ct bosniaco) esordisce alla vigilia del match contro gli iberici. La formazione viene ancora una volta cambiata, decidendo di lasciare più spazio al talento del “Maradona dell’Est” Stojkovic, con Savicevic e Prosinecki in panchina per lasciargli il palcoscenico. Fiducia ripagata con il gol siglato al minuto 78 e l’abbraccio con l’allenatore durante l’esultanza. La Spagna però pareggia cinque minuti dopo, portando la partita ai supplementari. Un’altra magia di Stojkovic al secondo minuto del primo supplementare porta la Jugoslavia ai quarti di finale. La sua punizione dai 30 metri è perfetta e trafigge il portiere spagnolo. Ancora una volta il Professore ha avuto ragione.
Tra la compagine balcanica e la semifinale c’è un altro ostacolo da superare: l’Argentina di Diego Armando Maradona. La formazione da schierare si rivela un rebus per Osim, che dopo giorni di riflessione decide di schierare Sabanadzovic per provare a limitare El Diez argentino, affidandosi alla classe di Stojkovic in attacco. Stavolta la scelta non è delle migliori, e il centrocampista jugoslavo rimedia una doppia ammonizione già al trentesimo del primo tempo, lasciando i suoi in 10 per il resto della partita. Eppure la Jugo gioca meglio rispetto ai rivali sudamericani, anche se il risultato rimarrà fermo sullo zero a zero fino alla fine del match. I rigori sono la naturale conclusione di un match così equilibrato. Osim, dopo aver ringraziato i suoi giocatori, li saluta dicendo: “Non prendetevela, io non ho più nulla da fare in panchina. I rigori sono un’incognita in cui il tecnico non conta. Il mio lavoro finisce qui, buona fortuna“. E si incammina verso gli spogliatoi. Torniamo così all’inizio della storia. Hadzibegic sbaglierà quel rigore, ponendo fine all’avventura della Jugoslavia a Italia ’90. L’allenatore bosniaco capirà dal boato del pubblico l’esito della sfida. Queste le sue parole di sfogo alla fine del Mondiale: “Con i giornalisti jugoslavi ho chiuso. Mi hanno rotto le scatole. Non parlo neppure con la Federazione. Se hanno qualcosa da dirmi sanno dove trovarmi. Ma dubito che lo faranno, sinora se ne sono sempre fregati. Sarebbe un gesto troppo bello farsi vivi ora che abbiamo perso, ma non lo faranno. La squadra ha fatto moltissimo nonostante l’assedio della stampa e la totale assenza della Federazione. Fra due anni la Jugoslavia vincerà l’Europeo. Se non si spappola, se la curano, se la seguono. Ma so già che non sarà così, che si avvereranno le previsioni peggiori“.
La Jugoslavia, in realtà, non esiste più da tempo e nel 1991 se ne accorgerà anche il resto d’Europa. Osim rimane alla guida della squadra per le qualificazioni all’Europeo del 1992, a cui tuttavia sarà impossibile partecipare. Il rigore di Hadzibegic come momento topico: momento in cui il calcio sarebbe potuto entrare nella Storia con la S maiuscola. E probabilmente lo ha fatto. Anche il Professore, molti anni dopo, si farà la stessa domanda: “Forse sono ottimista, ma mi illudo chiedendomi cosa sarebbe successo se la Jugoslavia avesse giocato la semifinale o la finale, cosa sarebbe successo al paese. Magari non ci sarebbe stata la guerra se avessimo vinto la Coppa del Mondo. Non credo che le cose sarebbero andate davvero così, ma a volte fantastico su come sarebbero potute andare “.
Le citazioni dell’allenatore bosniaco sono tratte dall’opera di Gigi Riva “L’ultimo rigore di Faruk”.