Una vida en locura: Marcelo Bielsa

Marcelo BIELSA

Rivoluzione. Una parola che racchiude uno spirito perlopiù incompreso che inneggia al cambiamento radicale di un’idea o di un movimento. La prima immagine che colpisce il nostro cervello alla parola rivoluzione è probabilmente la celebre foto che ritrae il rivoluzionario per eccellenza, Ernesto “Che” Guevara, nato a Rosario in Argentina. La città natale tra gli altri di Lionel Messi, Lucio Fontana e del rivoluzionario del Futbol, vale a dire Marcelo “El loco” Bielsa. Per chi mastica, vive, dorme e sogna calcio 365 giorni l’anno, el Loco è quello strano soprannome dato ai calciatori sudamericani un po’ sbarazzini, quelli che da un momento all’altro tirano fuori la giocata del secolo, mandando in estasi tutti i tifosi che assistono alla partita. Il pazzo Bielsa, come si direbbe in Italia, è quel personaggio capace di stravolgere tutte le certezze portate avanti dalla gente comune, quello che più di tutti può considerarsi un artista del calcio. Il terreno di gioco è la sua tela, i calciatori i suoi colori.

Marcelo Bielsa nasce da una famiglia borghese di Rosario. Benestante, con ottime prospettive per il futuro, il giovane Marcelo, o “el Niño”, come veniva chiamato dalle governanti della famiglia, sin da subito rinnega quel fardello famigliare che si porta addosso, rifiutando di studiare pianoforte, inglese e francese. Sono cose troppo borghesi, troppo costanti per chi ha una mente aperta e futuristica come Marcelo. Un giorno però si imbatte in un campetto da calcio non molto lontano da casa sua. Le linee sinuose dettate da quella Pelota così leggera e soave incantano el Niño di Rosario, ancora inconsapevole di cosa potrà rappresentare per lui quella magica sfera. Un fulmine a ciel sereno scombussola le emozioni di quel bambino argentino, tanto da sacrificare la sua paghetta settimanale a favore della sorella che in cambio di quella, prendeva le lezioni di piano al suo posto, concedendogli il tempo di giocare a quell’affascinante sport chiamato calcio. Il carattere del Loco lo si vedeva già dalle prime armi. “En esta casa se estudia o se trabaja”, In questa casa o si studia o si lavora. Le ultima parole famose dette dai genitori di Bielsa che dopo aver sentito queste testuali parole, decise, all’età di 17 anni, di scappare dalla casa dei genitori. La prima “Locura” del loco è servita. Non avendo altro posto dove stare, Bielsa si trasferì nella pensione del Newell’s Old Boys, una delle squadre di Rosario. Newell’s per Bielsa vuol dire tanto, vuol dire tutto. Fin dall’approdo ai rossoneri di Rosario, Bielsa sente di appartenere a questo club, tanto da arrivare a giocare con la prima squadra, dopo una serie di apparizioni con le giovanili del club di Rosario. Non passa molto tempo che Marcelo decide di cambiare aria, nonostante l’amore per la maglia rossonera. Passa all’Instituto de Cordoba. Bielsa è atipico e non riesce ad ambientarsi nella nuova città, nel nuovo club. Aspettava solo il momento giusto per andare via. Un giorno il preparatore atletico della squadra di Cordoba, decise di far allenare i calciatori a ritmo di musica. Bielsa con molta calma e gentilezza, prese gli scarpini e abbandonò il terreno di gioco, sapendo che quel gesto voleva significare solo una cosa: tornare a Rosario. Segunda Locura. Ritornare nella città natale significava anche ritornare al Newell’s. Gioca prima con le giovanili (pur avendo 24 anni) e finisce poi in prestito in 4° categoria. Dopo pochi mesi dal rientro a Rosario, Bielsa riconquista la maglia del Newell’s che gioca in Primera Division, ma preso da un raptus “alla Bielsa” rifiuterà la proposta dichiarando: “Sono un calciatore mediocre, anzi sono proprio scarso. Preferisco dedicarmi a ciò che realmente amo: allenare”. A soli 24 anni, Marcelo Bielsa appende gli scarpini al chiodo e si ritira dal calcio giocato. Tercera Locura. 1985, Buenos Aires, tappa fondamentale per Bielsa. In quell’anno el Loco di Rosario, riesce a laurearsi come direttore tecnico nell’università della capitale argentina. Marcelo però deve il suo inizio da allenatore al fratello Rafael che tramite dei contatti riuscì a procuragli la sua prima panchina ufficiale, proprio quella dell’ U.B.A. Universidad de Buenos Aires. Si, la prima panchina ufficiale di Bielsa fu proprio quella dell’Università dove riuscì a laurearsi. Una selezione di calciatori dilettanti per l’appunto. El loco però vive di calcio e soprattutto pensa calcio continuamente, tanto da selezionare i migliori 20 calciatori dell’Università sui 3000 calciatori sparsi in tutte le sedi dell’U.B.A. Successivamente però i dirigenti del Newell’s, fiutando il genio e il talento del ragazzo, gli affidano la panchina di una squadra giovanile del club. Passarono 8 anni e diverse categorie prima che Bielsa riuscì a diventare finalmente l’allenatore della prima squadra del Newell’s. Beh, quando vi dicevamo che i rossoneri per el Loco sono tutto, non dicevamo tanto per dire. Alla prima annata da vero allenatore professionista, Bielsa conquista il campionato argentino, battendo Boca Juniors, River Plate e Rosario Central. Il mito di Bielsa per le strade di Rosario prende vita. Il guru del calcio offensivo, spinge il Newell’s in una maniera allucinante, tanto da arrivare in soli due anni a giocarsi la Copa Libertadores contro il San Paolo di Cafù. Il finale però è drammatico. Copa sfumata ai rigori. Nonostante la sconfitta, Bielsa ha portato novità incredibili sul piano tecnico-tattico. Il suo calcio votato all’attacco è pensato soprattutto per coprire in maniera costante tutte le zone del campo, portando una ventata di freschezza e di gioia mai viste per le vie dell’Argentina, mai viste a Rosario. Ah, quasi ci scordavamo, Bielsa nello stesso anno stravince nuovamente il campionato argentino con il Newell’s che di li a poco gli intitolerà lo stadio. Estadio Marcel Bielsa recita tutt’ora il simbolo del calcio a tinte rossonere nella città di Rosario. Bielsa è l’unico allenatore vivente ad avere uno stadio che porta il suo nome. E’ impressionante come il suo carisma catturi l’attenzione di tutti e nonostante non abbia vinto granché nel proseguo della sua carriera, el Loco è un rivoluzionario d’altri tempi. Dal Newell’s passerà all’Atlas e poi all’America, squadre messicane che a detta sua incarnano lo spirito offensivo che piace a lui. Senza titoli messicani, Bielsa decide di ritornare in Argentina, al Velez, squadra con qui riesce a vincere nuovamente il campionato argentino contro tutti i pronostici. La parentesi all’Espanyol è solo un passaggio tra il Velez e la chiamata dell’Argentina che decide di affidargli la panchina della Selección albiceleste. In pochi anni applica una nuova rivoluzione bielsina, che porterà l’albiceleste a giocare il mondiale del 2002 con il celebre modulo 3-3-1-3. Nonostante sia uscita al primo turno contro degli avversari tutt’altro che invincibili, quell’Argentina rimarrà nella storia del calcio non solo per il modulo tanto bizzarro quanto entusiasmante, ma anche per aver dato il via ad una filosofia di calcio offensiva magistrale, ripresa da tutti i nuovi grandi maestri del tatticismo mondiale. Con quell’Argentina Bielsa arriverà secondo in Copa America e nello stesso anno porterà la formazione olimpica al trionfo ad Atene 2004, rassegnando successivamente le dimissioni dall’incarico di CT della Nazionale. Cile, Athletic Bilbao e Marsiglia sono le seguenti avventure del loco. Bielsa forse è l’unico allenatore ad aver lasciato il segno ovunque lui sia passato, segno tangibile della sua Locura, della sua arte, della sua rivoluzione. Il calcio italiano ha bisogno di un pazzo, ha bisogno di Marcelo El Loco Bielsa.

Leave a Reply