Historia magistra calcis: il goal al supermercato di Sanfilippo

San Lorenzo

Scrivo in ginocchio. Perché mi appresto ad accostare il mio a nomi eterni del giornalismo sportivo mondiale. Nonché a celeberrimi scrittori, arcinoti in tutto il Sudamerica. Ed io, riconoscente di quello che mi hanno dato, mi sminuisco sin dal principio.
Siamo in “Splendori e miserie del gioco del calcio” (1997, Sperling & Kupfer), opera sportiva massima di Eduardo Galeano, che con la penna in mano fu in grado di raggiungere Canaletto con il pennello. Pagina 129. E’ l’unico capitolo non scritto da lui. Una citazione lunga trentadue righe, una lettera che gli fu spedita dal suo amico Osvaldo Soriano, scrittore e giornalista argentino ora sepolto vicino a Carlos Gradel, emblema del tango del primo 1900. In essa racconta una circostanza di pochi secondi, verosimilmente inferiore al minuto e mezzo.
Soriano si trovava al supermercato Carrefour di Buenos Aires, nel quartiere di Boedo. Proprio dove ora è costruito quel tempio del consumismo, una volta sorgeva il campo del San Lorenzo, mitica formazione nata nel 1908 per volere di un prete. Ad accompagnarlo c’era José Sanfilippo, detto El Nene (il Bimbo): di lui basta dire che fu il quinto miglior marcatore della storia del campionato argentino con 226 reti in 330 partite e miglior realizzatore della storia del San Lorenzo. Come hobby giocava in nazionale: 21 gol in 29 presenze. Molti di questi numeri li ottenne proprio lì, su quel campo. Dove ora c’è il supermercato.
Avevano ormai preso tutto ciò che occorreva loro, lo custodivano nel carrello – che, conoscendo Soriano, era meticolosamente ordinato. Erano fra gli ultimi scomparti e le casse. Tutto ordinario. Poi la magia del calcio, dello sport più popolare, volgare, sentito, viscerale. Sanfilippo rimase immobile qualche secondo. E muto restò Soriano. “Pensa che proprio qui insaccai quel gran tiro di punta a Roma (portiere avversario, ndr) nella partita contro il Boca”. Uno dei goal più rapidi della storia.
Osvaldo Soriano sempre muto, attonito. Gli occhi serrati e luminosi di Sanfilippo che intanto si agitava, recitava nel ricordo di quel che avvenne: “Dissi al numero cinque, che quel giorno debuttava: appena comincia la partita mandami una palla lunga in area. Non preoccuparti, non ti farò fare brutte figure”. Piegò in avanti il braccio, sempre recitando: “Io ero già vecchio e il ragazzino, Capdevilla si chiamava, si spaventò: e se magari non ci riesco…? Mi chiese”. Il tono confidenziale diventò un ruggito. La passione sanguigna dei sudamericani era in lui, nella sua voce. Sanfilippo si avvicinò verso uno scaffale, frattanto indicava i barattoli di maionese. Gridò: “Me la mise qui!”. Gli occhi vivi. Le persone si guardarono attorno, incuriosite e forse spaventate. “Il pallone arrivò spiovente un po’ dietro ai centrali, scattai ma mi andò a finire un po’ in là, dove adesso c’è il riso, vedi?”. Il vestito blu scuro e le scarpe di vernice a quel punto funsero solo da pelle ad un rapace quale Sanfilippo era. Corse rapido verso il riso: “La lasciai rimbalzare e…”, con la torsione intenta a mostrare lo slancio della gamba sinistra protesa verso il tiro: “Plum!”. Il pallone finì sulle lamette da barba e le pile per la radio. Sanfilippo alzò dunque le mani al cielo, come soleva esultare. Clienti e cassiere applaudirono. Soriano muto, attonito. Gi abiti, le parananze, i cappelli ed i cappotti divennero rossi ed azzurri, come i colori del San Lorenzo.
“A momenti mi metto a piangere. Aveva segnato di nuovo quel goal del 1962. L’aveva rifatto solo perché io potessi rivederlo” (Osvaldo Soriano al termine della lettera).

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