Historia magistra calcis: Arthur Friedenreich

Friedenreich

Il leggendario calcio brasiliano, fatto di velocità, finte e dribbling nello stretto, ha un’origine lontana e quasi surreale. L’embrione di questo moto danzante appartenente forse più a danze indigene che a regole studiate coincide con una data: è il 18 luglio del 1892, siamo a San Paolo, in un Brasile acerbo, egemonizzato dall’invadente borghesia europea. Quel giorno nacque Arthur Friedenreich. Strano che uno dei più grandi calciatori della storia del sudamerica abbia un tale nome. Ma, come Shakespeare insegna, il mondo è mirabile ed ignoto. Friedenreich è figlio di un ricco commerciante tedesco, di nome Oscar, e di una lavandaia afrobrasiliana, Matilde. D’altronde, si sa, lo sport è sempre stata la vetrina più efficiente nel dimostrare la forza della varietà del genere umano.

Arthur era un mulatto (un olvido, come dicono i brasiliani) dagli occhi verdi, che passò l’infanzia con sua madre per poi studiare nelle migliori scuole di San Paolo sotto le veci del padre. A 17 anni firmò il suo primo contratto da professionista con il São Paulo Futebol Clube, uno dei più importanti club brasiliani. Il sudamerica, tuttavia, non era un’isola felice estranea al globo: la discriminazione, nonostante non sfociasse in violenza o segregazione, esisteva. Friedenreich aveva due fortune: era ricco ed era un puro fenomeno. Per sicurezza, però, raccontava di aver imparato a giocare in Germania; in più, prima di entrare in campo, si lisciava i capelli per poi spargerli di brillantina. Ovviamente fu un tentativo vano.

Mario Sconcerti, nella sua “Storia del gol“, fa intendere chi fosse questo calciatore in appena una frase: “Era alto e magro (circa 1 metro e 75, che significava molto vista la media dei primi del 1900, e pesava poco più di 50 kg, ndr), naturalmente veloce, con una tecnica quasi sconosciuta per l’epoca“. Così era: nel 1925, il San Paolo fece una tournée europea e, dopo aver segnato una tripletta contro la Nazionale francese, da quelle parti venne nominato il “Re del calcio“. Secondo la leggenda (i dati riguardanti certe epoche sono piuttosto incerti, gli arbitri non solevano stilare referti), non sbagliò mai un calcio di rigore. Tuttavia, su 572 partite aventi un documento ufficiale, 547 hanno il nome di Freidenreich nella lista dei marcatori. Una media di 0,95 a partita. Un’enormità.

Grazie alla sua classe, la seleçao vinse la prima Coppa America della storia, nel 1919. In nazionale disputò 17 partite segnando 8 reti. Nel 1921 Epitacio Pessoa, presidente del Brasile, dichiarò vietato l’utilizzo di giocatori di colore con la selezione che, giocando in tutto il mondo, non poteva permettersi tali “figuracce”. Alla faccia di tutti, comunque, Friedenreich realizzò 1239 gol in carriera, secondo solo a Pelé. Veniva chiamato El Tigre per la sua capacità di finalizzare, di azzannare. Un attaccante straordinario, storicamente non inferiore a Di Stefano o Meazza. Alla fine vinse 8 Paulistao e 2 Coppa America. A livello individuale, vinse il titolo di capocannoniere per 8 volte in campionato ed una nel torneo sudamericano: 4 gol in 3 incontri. Partecipavano solo 4 squadre: Brasile, Uruguay, Cile ed Argentina.

Assurdo pensare che i giornalisti moderni riportino gli avvenimenti solo attraverso iperboli e metafore omeriche. Non c’è scrupolo né polso, ma un finto perbenismo tipico della stampa legale, che va bene alla società. Eppure l’80% della popolazione non ha mai sentito nominare Arthur Friedenreich, e sempre questo 80% pretende di parlare di calcio. Altro nome eccezionale? Eduardo Galeano, uno dei più grandi scrittori e giornalisti della storia dell’Uruguay. E’ morto 3 giorni fa per un tumore ai polmoni, aveva 74 anni. Era un amante di quel giocatore mulatto, del “Re del calcio”; conoscendo la storia di questo infinito centravanti, della discriminazione che vigeva e dei limiti imposti da una specie da sempre sbagliata, non si può che chiudere con una citazione di Galeano: “Per quanto i tecnocrati lo programmino perfino nei minimi dettagli, per quanto i potenti lo manipolino, il calcio continua a voler essere l’arte dell’imprevisto. Dove meno te l’aspetti salta fuori l’impossibile, il nano impartisce una lezione al gigante, un nero allampanato e sbilenco fa diventare scemo l’atleta scolpito in Grecia“.

@ftabelli

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